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  Il Tevere, dal porto fluviale al porto di Ripagrande
Per il recupero di una riva dimenticata
di Sergio Bonaventura e Paolo Benedetto Nocchi
pubblicato su AU Rivista dell'Arredo Urbano n. 14 | 1985
Per analizzare il susseguirsi delle presenze verdi esistenti prima della costruzione dei muraglioni è indicativa la pianta di Roma del Nolli del 1748. Su di essa è riportato, presso l'antico ponte Sublicio, il Giardino Panfili fatto costruire da Donna Olimpia intorno al 1675. Sostenuto da una cinta muraria, i cui bastioni poggiavano sulla riva del fiume, aveva un impianto di otto aiuole con al centro una fontana e in un angolo la palazzina a due piani con portico a tre arcate. Lungo il prospetto del San Michele ad ombreggiare l' affaccio sul Porto di Ripagrande correva un filare di alberi, esistente fino al secolo scorso, che si raddoppiava subito dopo la Porta Portese fiancheggiando la Portuense sino ai resti delle Mura Aureliane.
Il porto di Ripagrande in una veduta
del Van Wittel.
Sullo sfondo il giardino di Donna Olimpia
e sulla sinistra l'alberata che
ombreggiava il lungofiume.

Oggi nella stessa sede stradale, di quell'olmata rimangono soltanto i tronchi recisi preceduti da un breve filare di platani di nuovo impianto Tra il fiume e l'olmata si stendeva una lunga striscia di terra sulla quale avevano ed hanno sede l' Arsenale Pontificio e le sue attrezzature. Proprio questa lingua di terra può diventare quel terrazzo a giardino affacciato sul fiume di cui si è persa ogni memoria.
L'alberata della via Portuense subito dopo la Porta Portese. Sulla sinistra uno scorcio dell'Arsenale Pontificio.

da un dipinto dell'Anesi,
conservato nella Galleria Pallavicini

Il viale si concludeva in prossimità della Villa Sacripanti il cui maestoso portale, che reca con data 1629 l'iscrizione Villa a Porta de Rodianis (con chiaro riferimento alla primitiva Porta Portese) custodiva l'ingresso di un vasto giardino: dal cortile si entrava in un recinto semicircolare dal quale partiva un lunghissimo viale tagliato trasversalmente da una serie di percorsi che indirizzavano le visuali verso il fiume e il prospiciente Monte Testaccio. Le trasformazioni urbanistiche della città capitale hanno cancellato anche quel secolare rapporto tra artificio naturale dell'uomo (giardini, alberate, vigne) e paesaggio fluviale [1] e con esso le sue implicazioni emotive ed attrattive, relegando gli argini ed il lungofiume a collettori viari e, fuori la città storica, al ruolo di margine. II ponte in ferro di Pio IX è l'ultimo, e quindi l'unico nel tratto che stiamo considerando, ad essere stato dotato di scale che conducono al fiume. [2] Questa ci pare una dimostrazione dell'atteggiamento che avrebbe destinato il fiume ad assumere il ruolo di margine con tutto il potere disgregante che compete a tale definizione e non di elemento strutturante il tessuto urbano limitrofo (e non solo di quello), come era accaduto per secoli. Tale ruolo si è poi concretizzato con l'addensarsi, lungo la linea di demarcazione tra la città e questo spazio da essa non usabile, di funzioni che la rendita fondiaria e il decoro urbano considerano inaccettabili. Queste infatti, nei tratti periurbani come il nostro, hanno giustificato la presenza del fiume depredandone le rive di tutti gli spazi disponibili con la lottizzazione in parcheggi ed attività private.Questo stato di cose si è andato determinando per una serie di condizioni le quali, paradossalmente, ci consentirebbero ora di intervenire in una situazione che si presta al recupero e alla valorizzazione di certe valenze naturali e storiche che questa riva ha conservato. Tra le altre cause, il mancato prolungamento del lungotevere nel tratto a valle della Porta Portese. Tale realizzazione, benchè prevista non si è probabilmente resa necessaria per l'esistenza della via Portuense che correndo assai vicino al fiume, è andata a sostituirsi funzionalmente a quelli che erano stati definiti "... utili mezzi d'interna comunicazione...". Ed è appunto la via Portuense che ha consentito, almeno in parte di limitare l'avanzata della speculazione ponendosi a muraglione di una piena ben più dannosa e durevole. Un ruolo fondamentale, in un auspicabile recupero di questo tratto di fiume, può essere assunto dalle attrezzature del Porto Fluviale. Non perchè presentino tracce di sistemazioni a verde che dovunque sono mancanti nella logica d'uso del fiume, ma perchè in qualunque caso conservano la capacità di mantenere un rapporto con questo.


Nota 1

Fin dall'antichità il fiume Tevere aveva costituito lo sfondo paesistico per le ville adagiate sui colli di Roma e il locus amoenus per i giardini rivieraschi secondo tematiche riprese più tardi dalle creazioni rinascimentali. Già la villa di Innocenzo VIII sul Belvedere e più tardi la villa Madama del Raffaello, sulle pendici di Monte Mario, indirizzavano il loro sguardo verso il Tevere, ma doveva essere la villa del senese Agostino Chigi e costruita nel 1510 da Baldassarre Peruzzi, a stabilire un rapporto più intimo e diretto con il fiume, la vicinanza del quale permetteva di raggiungere il centro della città e offriva una piacevole veduta al giardino ed alla palazzina, costruita con un piano in più dal latoverso il fiume, dove in origine si affacciava la loggia a cinque archi della Galatea. Sulla Flaminia la villa Giulia, come la vicina villa Cavalieri, si metteva in diretta comunicazione con il Tevere tramite un lungo viale coperto da pergoli a botte che attraversava la "vigna di Porto" per condurre ad un approdo sulla riva fatto comodamente per smontar di barca, quando papa Giulio veniva a spasso a cosi bella villa. Sempre fuori Porta del Popolo, tra la Flaminia e il fiume, sorgeranno più tardi, la villa Cini, la villa Corsi e la villa Massani. Entrati nella città , sulla riva destra proprio di fronte Tor di Nona, si incontrava il delizioso portale, incorniciato di cipressi, che introduceva al giardino della villa Altoviti, e più avanti, verso la Lungara, si distendevano i giardini vaghi e ricchi di agrumi del cardinal Cerri e di Pietro Gigli, una serie di orti e la villa Chigi. Sulla sponda opposta anche i Palazzi di Via Giulia, come Palazzo Falconieri e Palazzo Ricci, si collegavano al fiume con logge, giardini ed alberate. Dalle terrazze dell' Aventino si affacciavano il giardino Ginnasi ove oggi è il giardino degli Aranci, progettato da Raffaele de Vico e la villa del Priorato di Malta, opera del Piranesi. In prossimità del Monte Testaccio, a ridosso delle mura, la villa Sacchetti, chiudeva una lunga sequenza di vigne ripuarie.


Nota 2

Fino al San Michele l'argine è formato dai classici e ripidi muraglioni; dopo ponte Sublicio, invece, la struttura per la difesa dalle acque del fiume in piena diviene una scarpata in terra che solo nella meta inferiore è ricoperta da lastre di travertino. Qui la sezione dell'argine si innesta sul costruito senza prevedere nessuno strumento di controllo, andandosi ad appoggiare, quando la situazione lo richiede, direttamente sulle opere edilizie adiacenti o nelle immediate vicinanze. Questo tipo di sponda consente lo sviluppo di tre differenti percorsi a diversa quota di cui il più basso è la prosecuzione della banchina che si snoda all'interno del centro storico. Un altro percorso, sulla sommita dell'argine, corre affianco ad un muretto di mattoni sormontato da una spessa copertina sagomata, ed è l'unico segno delle intenzioni di dotare, questa sponda, di un lungotevere, come quella del Testaccio. Il muretto e la sponda ci sono, ma manca il lungotevere; mancanza, abbiamo detto, forse determinata dalla presenza della via Portuense. Il terzo percorso, posto a metà argine, quindi circa al livello della via Portuense e dell' Arsenale Pontificio, si snoda fin quasi sotto il portale d'accesso della villa Sacripanti. Qui l'argine torna ad essere ripido, ma i suoi blocchi di tufo e la presenza di vegetazione, che spontaneamente ed abbondantemente si accresce grazie ai depositi alluvionali del Tevere, gli conferiscono un aspetto naturale che ben rimanda a quello dell' antistante monte Testaccio. Probabilmente solo qui ritroviamo i segni di quel paesaggio fluviale dimenticato da tempo.
 

la rivista ha riportato nell'occasione, quasi rivestendo carattere monografico, numerosi articoli sul tema: La città e il fiume, di Alessandro Giannini e Maddalena Vagnetti; Paesaggio urbano, di Alessandro Giannini e Piergavino Capece; Roma alla confluenza tra Tevere ed Aniene, di Maria Baldoni; Immagini del Tevere tra città e campagna, di Sofia Varoli Piazza; Sponde urbane tiberine: problematiche e soluzioni, di Lidia Soprani; Le suggestioni ed il recupero del territorio, di Carlo Bruschi e Valeria De Folly D 'Auris.

 
 
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degli argomenti romani:

una tesi di laurea
il riuso dell'arsenale pontificio
come museo del Tevere
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Il Tevere, dal porto di Ripagrande al porto fluviale
per il recupero di una riva dimenticata
 
una passeggiata
alla scoperta di ponti, rive, mulini, barconi ed altro del fiume di Roma
(in preparazione)
 
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